110 Ostrica B.O., Joaquin A.A., 2014

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Di Antonio Indovino

Campania Greco IGT, 110 Ostrica B.O., Joaquin A.A., 2014
  
Eccomi qui, ancora una volta, a parlare di un progetto di Raffaele Pagano, di Joaquin A.A. (leggi la storia e la degustazione di Axel Munthe 2015).
Proprio così, un progetto e non un vino. Perchè ogni sua etichetta è un qualcosa di irripetibile, è un qualcosa in cui Lui e Sergio Romano si limitano al ruolo di accompagnatori. Perchè ogni vino ed ogni annata vanno sì interpretati, ma nella loro diversità intrinseca che deve pur venir fuori. Ecco quindi l’idea di vini non convenzionali, caleidoscopici nel bicchiere, non tutti ripetibili d’anno in anno. Ed il 110 Ostrica B.O., ottenuto con uve provenienti da Petrulo (sotto le miniere di zolfo), è uno di questi.

110 perchè il progetto Greco nel 2008 (prima delle 3 annate prodotte) era il top di gamma, allora Oyster perchè per la legge del contrappasso un’ostrica la ammazza: vennero fatti batonnages per 2 mesi consecutivi. Nel 2013 il progetto si ripete, anche se con un profilo totalmente diverso. Nel mezzo tra le due annate niente, ma arriva la 2014. Un vino diverso se paragonato alla 2013, molto più concentrato (comunque meno della 2008): per questo motivo gli viene dato un nome diverso, Ostrica, affiancato dall’acronimo B.O. che sta per “bis orange”. Un ragionamento astruso, fatto di sigle e di logiche di pensiero che possono sembrare di difficile interpretazione. La chiave di lettura ci viene data da una frase di Raffaele che forse meglio rappresenta e sintetizza la filosofia di Joaquin A.A.: non’è importante il nome Joaquin sulle mie etichette, ma ciò che c’è scritto sotto, Avellino-Italia (*)! Perchè l’avellinese è un territorio unico, eguale a pochi altri al mondo per il modo in cui sa marcare sotto il profilo organolettico le varietà principe che lo rappresentano (*). Perchè ogni anno bisogna guardare all’avellinese come ad una mappa catastale sulla quale scegliere quali uve, e da quale sottozona, elevare a progetto di vino del territorio (*).
In tutti i casi vi è macerazione pellicolare, non vengono fatte chiarifiche e filtrazioni, in alcuni casi (come per il Greco) si eleva in botti scolme: in tutti i casi, come da filosofia Joaquin, se ci si occupa di qualcosa lo si fa in maniera poco ortodossa (*)! Quale uva migliore, se non il Greco, il distorsore sulla chitarra elettrica, per sintetizzare l’anti-ortodossia alla base dei progetti
(*)?
(*) citazioni Raffaele Pagano


Tutto ciò, infine, si materializza in un calice che ci parla di un’espressione estrema, quasi indomita, di questo vitigno.
La veste lievemente opalescente è tinta dall’oro antico. Al naso tantissima mineralità sulfurea e di polvere da sparo, tra cui fanno capolino ricordi di frutta gialla candita, di frutta secca, di miele, di resina e cosmesi, il tutto su una leggera nota ossidativa di fondo. 
In bocca mostra tutta la sua austerità, nuda e cruda, giocando su acidità e sapidità notevoli: a tratti mi sembra di avere una miniera in piena bocca! Lungha la chiusura del sorso che insiste sui toni terziari ed ossidativi.

Per certi versi ricorda i vini da Savagnin del Massiccio della Giura, che per tradizione si abbinano a formaggi a pasta semi-dura come il Comtè. Probabilmente non mi dispiacerebbe abbinarlo ad un Vitello Tonnato, anche se, per dinamismo nel calice, cattura l’attenzione tutta su se stesso facendo passare il resto in secondo piano. Le condizioni imprescindibili per apprezzarlo appieno sono fondamentalmente 3: una temperatura non inferiore ai 14°C, un ampio calice per dargli il giusto respiro e la propensione all’assaggio di un orange wine a tutti gli effetti. 

Prezzo in enoteca: 30-35€
Contatti: www.joaquinwines.com

Antonio Indovino, Sommelier dello Yacht Club di Marina di Stabia, 
Responsabile del GDS AIS Penisola Sorrentina 

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